01/06/2016 - FUMO PASSIVO: IL DATORE DI LAVORO E’ RESPONSABILE

L’adozione di circolari o direttive che disciplinano e sanzionano il divieto di fumo all’interno dell’azienda non sono sufficienti a escludere la responsabilità per il danno da fumo passivo subito dal dipendente e accertato con Ctu medica. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 4211 del 3 marzo 2016.

Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma confermava il riconoscimento della responsabilità di un’azienda per l’esposizione di una propria lavoratrice al fumo passivo, con conseguente condanna della predetta società al risarcimento del  danno sia biologico sia morale. A parere della Corte d’Appello capitolina infatti sussiste la responsabilità datoriale ex art. 2087 C.C. “per non aver posto in essere misure idonee a prevenire la nocività dell’ambiente lavorativo derivante dal fumo, come risultante dall’istruttoria svolta e dal supplemento di perizia”.

La Corte di Cassazione conferma tale orientamento, specificando come l’emissione di circolari e direttive “non costituiscono, evidentemente, misura idonea a contrastare i rischi da esposizione da fumo passivo” se non si fanno rispettare con sanzioni: la circostanza che il datore di lavoro si fosse limitato a richiamare l’emissione di circolari e disposizioni organizzative, senza allegare alcuna effettiva inflizione di qualche sanzione disciplinare in merito (c.d. “approccio persuasivo e non repressivo”), comporta che l’azienda non abbia fornito la prova che le incombeva a norma dell’art. 1218 C.C.

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dott. Francesca Begnini